
«Il nostro carisma è Maria Immacolata. Maria rivissuta, anzi, prolungata nel tempo e nello spazio, nella sua realtà di Immacolata, cioè “piena di grazia”, nei suoi rapporti con la Ss.ma Trinità e con noi, suoi figli nel Figlio, e con tutta l’umanità». Così scriveva Madre Maria Elisabetta Patrizi nel 1996.
«Il nostro carisma è Maria Immacolata». Il 2 o 3 gennaio 1982, a Casa Kolbe (Roma), Maria Elisabetta Patrizi sentì la chiamata, di Dio, a seguire san Massimiliano M. Kolbe come sua “discepola”. «L’Immacolata: ecco il nostro ideale», scriveva P. Kolbe già nel 1936. «Avvicinarci a Lei, renderci simili a Lei, permettere che Ella prenda possesso del nostro cuore e di tutto il nostro essere», proseguiva P. Kolbe. Questo ideale kolbiano, Maria Elisabetta voleva viverlo, al meglio possibile, il più possibile. Sentì che Dio la chiamava a viverlo – insieme alle sue figlie e poi figli spirituali – come un voto, come un “quarto voto”, oltre ai tre voti tradizionali della vita consacrata: povertà, castità e obbedienza. E così fece scrivere sull’anello che si riceve con i voti perpetui un’espressione di Kolbe: «sicut res et proprietas» – essere cioè «cosa e proprietà» di Dio, attraverso l’appartenenza totale a Maria Immacolata. Il fine di questo carisma nuovo: «Dare la massima gloria possibile a Dio mediante la salvezza e la più perfetta santificazione propria e di tutti coloro che vivono ora e vivranno in avvenire, per mezzo dell’Immacolata» (cf. Scritti di Kolbe, n. 21, 22, 339, ecc.). La spiritualità di P. Kolbe, dunque, e di Madre Maria Elisabetta Patrizi e dei suoi figli e figlie spirituali, si prefigge di cooperare, pur nella propria piccolezza, con la «maternità di Maria», la quale «nell’economia della grazia perdura senza soste […] fino al perpetuo coronamento di tutti gli eletti» (cf. Lumen Gentium, n. 62).
Questo ideale, questo vissuto, però, non è solamente per coloro che sono chiamati alla vita consacrata: è per tutti, per chiunque si senta di appartenere in maniera più stretta a Dio, attraverso l’Immacolata. È uno “scartare” il “regalo”, o dono testamentario, che Gesù ci ha fatto in croce, prima di morire: «Donna, ecco il tuo figlio!». «Ecco la tua madre!» (cf. Gv 19,26-27).
Questa spiritualità kolbiana, che la Madre abbracciò, ha però radici profonde. Lei spesso diceva, quasi scherzosamente, ma sul serio: «Noi abbiamo san Massimiliano M. Kolbe come “padre spirituale”, e santa Teresa di Gesù Bambino come “madre spirituale”. Abbiamo però anche i “nonni spirituali”: dalla parte francescana: san Francesco e santa Chiara d’Assisi; dalla parte carmelitana: santa Teresa d’Avila e san Giovanni della Croce». Il patrimonio culturale e spirituale del Carmelo, dunque, che la Madre aveva vissuto e ben conosceva, è venuto a far pienamente parte di questa nuova spiritualità. «Sono come due fiumi» – diceva Madre Maria Elisabetta –, «quello francescano e quello carmelitano, che si uniscono in un unico torrente».
Si comprende però che il carisma donatole da Dio, ed approvato più volte dalla Chiesa, non è un semplice “insieme delle parti”. Non è, per così dire, A + B = C. Non è, cioè, una semplice fusione tra il francescanesimo ed il Carmelo, con una terza aggiunta della spiritualità mariana spiccata di P. Kolbe. È invece una “nuova creatura”, un “altro figlio”, nato da Madre Maria Elisabetta Patrizi. «Guardate quanto è bello il mio Sposo», diceva a volte, indicando il Santo Volto dell’Uomo della Sindone. L’amore di Gesù per lei, e l’amore di lei per Gesù, evidentemente, è divenuto un amore fecondo, capace di “generare” figlie e figli spirituali.
Ma come si esprime, nel concreto, questa nuova spiritualità? I suoi figli e figlie spirituali vivono una vita tesa all’equilibrio tra la contemplazione e l’azione; non hanno un apostolato unico – ad esempio, prendersi cura unicamente dei sordomuti – ma sono aperti a qualunque opera di bene. Ciò dipende, ovviamente, dalle esigenze della Chiesa locale, ma anche dai talenti e doti di ciascuno e ciascuna, da coltivare e sviluppare fino a rendere quel talento un servizio per l’altro. In questo, la Madre era molto “kolbiana”: tutti i mezzi (moralmente leciti) sono buoni per evangelizzare, diceva Kolbe.
Ancora: qual è il modo, o meglio lo stile, di questo “nuovo modo di evangelizzare”? In un suo discorso a Loreto, nel 2013, Madre Maria Elisabetta diceva: «Il nuovo modo di evangelizzare è questo: non passare con indifferenza accanto a nessuno, avere le radici in Dio, portare l’amore nel modo che Dio te lo chiede… ma sempre e ovunque essere la tenerezza materna di Dio sul volto stanco dell’umanità». Si comprende dunque che il “mezzo” più prezioso e importante per evangelizzare non è il “metodo” o un “piano pastorale”. Il “mezzo” più importante è la persona stessa di chi evangelizza, che s’incontra con un’altra persona, altrettanto preziosa ed importante. In altre parole: se sei pieno di Dio, porti Dio all’altro. Se no, no. Diceva ancora Madre Maria Elisabetta: «Un termosifone acceso riscalda la stanza, anche se nessuno si accorge che è acceso; però, la stanza si riscalda. Così tu: se sei pieno di Dio, riscaldi, irradi, illumini!». «Siamo chiamati ad essere “contemplativi nel mondo”», diceva ancora, «poiché non possiamo tenere per noi l’acqua viva di Dio – non possiamo riposarci accanto al pozzo. Dobbiamo portare quell’acqua a tutti!».
È dunque l’Immacolata che vuole, che deve condurci, in tutto – anche nella vita spirituale, anche fino alla “vetta del Monte Carmelo”, cioè fino al “matrimonio spirituale” descritto da san Giovanni della Croce. È questo, inoltre, il «Mio Dio e mio tutto!» di san Francesco d’Assisi. Trasformati, così, da Dio, si diventerebbe “strumento” davvero efficace nelle “mani” dell’Immacolata e dello Spirito Santo. Si tratta di giungere, con la grazia di Dio, ad un’umanità nuova, trasformata dallo Spirito di Dio, fino a diventare “segno e strumento”, quasi “sacramento” della presenza di Dio. Madre Maria Elisabetta diceva, in una sua conferenza sulla radio: «Gesù e Maria insieme sono i capostipiti dell’umanità nuova, di un nuovo stile di essere uomini e donne. E questo stile ha un nome: amare senza limiti, dare la vita anche per coloro che ci hanno fatto del male» (23 giugno 1990, Radio Oreb).
È lo Spirito Santo inoltre, attraverso Maria Immacolata, che vuole condurci anche nelle scelte piccole – apparentemente insignificanti – della vita quotidiana. «Prima di uscire da casa, magari per andare in farmacia», diceva Maria Elisabetta Patrizi, «chiedi allo Spirito Santo se vuole che tu vada a destra o a sinistra. Umanamente, magari, sceglieresti di andare a sinistra, perché il percorso sarebbe un po’ più breve. Invece, senti che lo Spirito ti spinge a destra: e, guarda a caso, incontri proprio quell’amico che non vedevi da tanto tempo! Il tuo piccolo cervello non poteva saperlo; ma lo Spirito Santo lo sa!».
«Non passare con indifferenza accanto a nessuno» era quasi un motto della Madre e un riassunto del carisma. «Un sorriso, una parola, un ascolto; o, al limite, una preghiera nel cuore per quella persona. Puoi sempre fare del bene», diceva Madre Maria Elisabetta Patrizi. «Essere amore nel cuore della Chiesa», direbbe santa Teresa di Gesù Bambino e del Santo Volto. Ma, un amore espressivo, che si esprime con delicatezza e tenerezza, con forza e soavità, proprio come Gesù… proprio “come e con” Maria Immacolata.
Domanda: Quale è il carisma di Madre Maria Elisabetta Patrizi?
Risposta: «Il nostro carisma è Maria Immacolata».
Domanda: Quale è l’ideale di Maria Elisabetta Patrizi, come discepola di San Massimiliano M. Kolbe?
Risposta: «L’Immacolata: ecco il nostro ideale».
Domanda: Quale eredità spirituale confluisce nella spiritualità di Madre Maria Elisabetta Patrizi?
Risposta: L’eredità spirituale proveniente dal francescanesimo e dal Carmelo, con alcuni santi patroni in particolare: san Francesco e santa Chiara d’Assisi; san Massimiliano M. Kolbe; san Giovanni della Croce e santa Teresa d’Avila; e santa Teresa di Gesù Bambino.

La storia della spiritualità carmelitana
La spiritualità carmelitana prende spunto dall’esperienza del profeta Elia (cf. 1 Re 19, 11-14). Dopo la teofania nel “vento leggero”, egli rispose: «Sono pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti» Questa frase diverrà il motto dei Carmelitani. Nel XII secolo alcuni eremiti cominciarono a vivere la vita cenobitica e si chiamarono «Fratelli della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo». Nel 1210, il Patriarca di Gerusalemme, Sant’Alberto, riunì in vita comunitaria questi “eremiti” e scrisse per loro una Regola che riunì in una nuova sintesi la contemplazione e l’azione.
A Firenze, il primo monastero carmelitano femminile sorse e fu approvato dal Papa Niccolò V con la Bolla «Cum nulla» il 7 ottobre 1452 che permetteva alle donne di fare la professione. Il monastero prese il nome di Santa Maria degli Angeli. La futura Santa Maria Maddalena de’ Pazzi, nel 1582, entrò in questo Carmelo.
Il rapporto di Madre Maria Elisabetta Patrizi con il Carmelo
Nell’Estate 1962, Maria Elisabetta svelò a suo Padre il suo desiderio di entrare al Carmelo e la sua vocazione alla contemplazione. Bernardo Patrizi rispose solennemente: «Sono onorato di dare una mia figlia in Sposa a Nostro Signore. Sono lieto che un ramo della nostra famiglia termini con una fecondità spirituale». Maria Elisabetta dovette attendere il venticinquesimo compleanno e poi entrò al Carmelo di Santa Maria Maddalena de’ Pazzi a Firenze. Dopo 8 anni fu chiamata dal Signore a “evangelizzare in un modo nuovo” e lasciò il Carmelo con regolare indulto, per essere a disposizione del Signore.
Il carisma carmelitano e la nuova sintesi in Maria Immacolata
I punti salienti della spiritualità del Carmelo, espressi sinteticamente, sono: distacco da sé per aderire a Dio Solo; l’ascolto della Parola di Dio, meditandola e vegliando in preghiera e in silenzio; il nulla di noi per il Tutto di Dio. Inoltre, la vita fraterna, la presenza di Maria, la vita interiore, l’ascesi e la purificazione, il desiderio di Dio e la ricerca dell’unione con Lui anche fino alle “nozze mistiche”. Madre Maria Elisabetta scriveva: «L’eredità spirituale del Carmelo può aiutarci a vivere alla presenza di Dio fino ad essere tutta disponibilità per Dio, “come” Maria: un Nulla per il Tutto, un’umanità aperta all’Infinito»[1].
«Maria è la perfettamente tutta di Dio, dal primo istante e perciò “solo la gloria e l’onore di Dio” hanno abitato in Lei, nel “massimo” grado possibile a creatura. È in Lei che l’ideale del Carmelo e di Massimiliano (senza che egli ne sia consapevole) si toccano. E se nel S. Padre Giovanni – salvo miglior giudizio – la salita è compiuta dall’anima (dalla persona) via via condotta di tappa in tappa da Dio, con l’aiuto […] di mediazioni/guide spirituali terrene, ma edotte, dallo Spirito nelle vie di Dio… in Massimiliano la scorciatoia è il dono illimitato (= senza riserve) di sé all’Immacolata e sarà poi Lei, divenuta legittima “proprietaria” dell’anima/persona che le si è donata, a condurla per la via in cui si lascia “tutto ciò che non è Dio per amore di Dio”».[2]
«Bisogna, dunque, volere incamminarsi seriamente nel cammino ascetico delineato, ad es., nella “Salita al Monte Carmelo” di San Giovanni della Croce, per raggiungere, con la grazia di Dio, il dominio pieno dell’Amore divino nella persona umana. In ciò Maria Ss.ma ci offre la massima “facilitazione” e inoltre, Lei è il rifugio, o “luogo” e “dimora” materna, sul Santo Monte, in cui immergersi nello Spirito Santo, operatore divino della nostra purificazione, santificazione e unione con Dio»[3].
[1] M.E. Patrizi, L’eredità spirituale del Monte Carmelo, Tau Ed., Todi, 2020, p. 9.
[2] M.E. Patrizi, Lettera del 13 agosto 1996 a p. Jesus Castellano Cervera, OCD.
[3] M.E. Patrizi, L’eredità spirituale del Monte Carmelo, Tau Ed., Todi, 2020.
Domanda: Quando, da chi e per chi è stata scritta la prima Regola carmelitana?
Risposta: Nel 1210, da Sant’Alberto da Gerusalemme, per gli eremiti che vivevano sul Monte Carmelo, il monte del Profeta Elia.
Domanda: Quando è stato fondato il primo monastero carmelitano femminile?
Risposta: Nel 1452, il Papa Niccolò V approvò il monastero di Firenze con la Bolla “Cum nulla”.
Domanda: Quale è la sintesi nuova della spiritualità carmelitana proposta da Madre Maria Elisabetta Patrizi?
Risposta: Maria Immacolata, Regina del Carmelo, è il “luogo” o “scorciatoia” grazie alla quale l’anima può giungere fino alle vette della santità, anche fino al “matrimonio spirituale” descritto da san Giovanni della Croce.
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«Tutto il mondo mi amerà», Teresa confidò umilmente a sua sorella Paolina due mesi prima della sua morte (cf. CJ, 1 agosto 1897). Le sue parole furono davvero profetiche! San Pio X la definirà «la più grande santa dei tempi moderni». Nel 1925, Papa Pio XI la proclamava Santa e nel 1927, lo stesso Papa l’ha resa Co-Patrona delle Missioni. Nel 1997, san Giovanni Paolo II la proclamava la più giovane “Dottore della Chiesa”; e nel 2021, l’UNESCO ha riconosciuto e proclamato la sua eredità culturale e spirituale come patrimonio dell’umanità.
Cosa c’è di così straordinario nell’esperienza e nell’insegnamento di questa giovane monaca carmelitana, morta il 30 settembre 1897 a Lisieux (Francia) a soli 24 anni? Né la fama né la grandezza umana, certamente; piuttosto, ciò che contraddistingue la petite Thérèse è proprio la densità spirituale della sua breve esistenza terrena.
Ultima di 9 figli – di cui 4 morti in tenera età – Maria-Francesca Teresa Martin nasce il 2 gennaio 1873 a Alençon dai santi coniugi Luigi e Zelia Martin. A 4 anni di età, Teresa perde la sua mamma per un tumore al seno e alle ossa. Il vedovo Luigi si trasferisce con le 5 figlie a Lisieux, più vicini alla famiglia dello zio Isidoro Guérin, fratello di Zelia. Nel 1882, sua sorella maggiore Paolina entra nel monastero del Carmelo a Lisieux. Questa perdita della “seconda mamma” fu una prova troppo grande per Teresa: in preda ad una «strana malattia» (Ms A, 28vo), quasi moribonda, viene guarita dallo «incantevole sorriso» della statua di Nostra Signora delle Vittorie (cf. Ms A, 30ro). Il giorno della sua Prima Comunione (8 maggio 1884), Teresa incontra Gesù “Sposo”, che le dona il suo «primo bacio» (Ms A, 35ro). Dopo varie e sofferte vicissitudini, Teresa poté comunque entrare giovanissima nel monastero del Carmelo di Lisieux (9 aprile 1888), secondo il suo desiderio, a soli 15 anni di età. Meno di un anno dopo il suo ingresso, il 12 febbraio 1889, il padre Luigi Martin viene ricoverato nel reparto psichiatrico dell’ospedale «Bon Sauveur» di Caen. L’umiliazione e la sofferenza estrema per le figlie Martin spingono Teresa a cercare luce, conforto e ispirazione nel Santo Volto di Gesù – che aggiunge al suo nome religioso: suor Teresa di Gesù Bambino e del Santo Volto. Identifica le sofferenze del padre – e le sue stesse sofferenze – con quelle di Gesù nella sua Passione. «È la sua mano divina che adorna la sua sposa per il giorno delle nozze, ma la sua mano amata non si sbaglia sull’abbigliamento. Gesù è uno sposo di sangue: egli vuole per Sé tutto il sangue del cuore…» (LT 82). Nello stesso periodo, trova in San Giovanni della Croce una guida sicura per le sue aspirazioni all’amore per Gesù Sposo.
Nel 1891, a 18 anni di età, Teresa incontra Padre Alexis Prou, francescano, che la lancia «sui flutti della fiducia e dell’amore» (Ms A, 80vo); ma sarà soltanto nel 1894 che scoprirà la sua «Piccola Via». Con la malattia e morte del padre, Luigi Martin (29 luglio 1894), Teresa scopre, in un modo nuovo, di avere un altro Padre: «Padre nostro, che sei nei cieli» (cf. LT 101; 127; 165). Al contempo, si rende conto che forse la sua fragile salute non le avrebbe permesso una lunga vita… eppure, non era ancora giunta alla perfezione. Come fare? Bisognava cercare una nuova via… Sua sorella Celina, entrando nello stesso monastero di Lisieux il 14 settembre 1894 porta con sé un quaderno con diversi brani dell’Antico Testamento che vi aveva ricopiato, e che Teresa non conosceva. In questo quaderno, Teresa trova due brani scritturistici (Proverbi 9:4 e Isaia 66:12-13) che la confermeranno nelle sue intuizioni e la lanceranno definitivamente nella scoperta e nel vissuto della sua «Piccola Via» di fiducia e amore. Teresa scriverà: «Voglio cercare il modo di andare in Cielo per una piccola via bella dritta, molto corta, una piccola via tutta nuova […]. L’ascensore che mi deve innalzare fino al Cielo sono le tue braccia, o Gesù!» (Ms C, 2vo-3ro).
Crescendo in questa «piccola via», Teresa offre sé stessa come vittima all’Amore misericordioso del buon Dio il 9 e l’11 giugno 1895 (cf. Pr 6). Durante la Via Crucis del venerdì seguente, Teresa ha un’esperienza che descriverà più tardi a sua sorella Paolina: «Stavo cominciando la mia Via Crucis ed ecco che improvvisamente sono stata presa da un così violento amore per il buon Dio, che non posso spiegare ciò se non dicendo che era come se mi avessero immersa completamente nel fuoco. Oh, che fuoco e che dolcezza insieme! Bruciavo d’amore e sentivo che non avrei potuto sopportare questo ardore un minuto, un secondo di più, senza morire» (CJ, 7.7.2). È forse il «matrimonio spirituale» descritto da san Giovanni della Croce? Diversi studiosi ne sono convinti…
Verso Pasqua 1896, Gesù «permise che la mia anima fosse invasa dalle tenebre più fitte e che il pensiero del Cielo, così dolce per me, non fosse altro che un motivo di lotta e di tormento!…» (Ms C, 5vo). La prova della fede. A beneficio dei peccatori, suoi «fratelli» (cf. Ms C, 6ro). Più tardi, in uno dei momenti più duri della prova contro la fede, si pungerà il dito e scriverà il Credo con il proprio sangue.
Durante il suo ritiro personale nel settembre 1896, Teresa scriverà della scoperta della propria vocazione: «Nel Cuore della Chiesa, mia Madre, sarò l’Amore!… Così sarò tutto… così il mio sogno sarà realizzato!!!…» (Ms B). Ormai, Teresa desidera soltanto Viver d’Amore, come scrisse nella sua Poesia 17, ma anche morire d’amore: «Morir d’Amore è assai dolce martirio […], Morir d’Amore, ecco la mia Speranza!» (P 17).
L’8 luglio 1897, la sua malattia – la tubercolosi – la costringe all’Infermeria. Negli ultimi mesi, sua sorella Paolina (suor Agnese di Gesù) trascrive su dei foglietti volanti tutte le parole e gesti di suor Teresa, addirittura mentre parla o al massimo entro la stessa sera. Confluiranno nel Quaderno giallo, testo unico della spiritualità, che svela al lettore – quasi come in un film – gesti e parole di una giovane donna innamorata di Gesù, suo Sposo – un’anima ormai trasformata dalla Fiamma viva d’amore dello Spirito Santo vivente in lei. Le sue ultime parole, guardando al suo Crocifisso: «Oh! lo amo!… Mio Dio… ti amo!» (CJ, 30 settembre [1897]).
Occorre però, adesso, fare un salto avanti nel tempo, quasi di un secolo: Madre Maria Elisabetta Patrizi si confrontava con il Cardinal Vicario, Ugo Poletti, circa la fondazione nata da lei: una nuova famiglia religiosa di ispirazione kolbiana-francescana; e fu proprio lui, il Card. Ugo Poletti, a consigliare Madre Maria Elisabetta Patrizi di reintegrare nella spiritualità della famiglia religiosa, da lei fondata, il suo background carmelitano e in particolare la figura di santa Teresa di Gesù Bambino. «Vede», le disse, scarabocchiando su un foglio, «quando il Signore chiama qualcuno a fondare un’opera nella Chiesa, la loro vita passata – ciò che il Signore finora ha “scritto” nella loro storia – non è indifferente per l’opera che nasce. Anzi, ne fa parte integrante».
Infatti – è bene ricordare, quasi come in un flashback –, come il Marchese Bernardo Patrizi, il babbo di Gondina (= Maria Elisabetta Patrizi), nel 1949, era andato pellegrino fino a Lisieux per affidare la fede della sua figlia più piccola, Gondina, a santa Teresina; in quel periodo, Gondina abitava lontana, in Inghilterra, con la madre, il fratello e le due sorelle. E quando entrò nel Carmelo di Firenze, a 25 anni di età, le fu dato il nome di Suor Teresina dello Spirito Santo. Dunque, santa Teresina l’aveva seguita da sempre, dal Cielo!
Anni dopo, Madre Maria Elisabetta Patrizi scoprirà, insieme allo studioso kolbiano P. Giorgio Domanski, OFMConv., il «patto segreto» che Kolbe fece con suor Teresa di Gesù Bambino. (Madre M.E. Patrizi scrisse anche un libro sul tema: Il patto segreto). Infatti, fra Massimiliano Kolbe lesse la prima edizione della Storia di un’anima, uscita in lingua italiana, durante gli anni dei suoi studi a Roma (1912-1919) e da allora instaurò con lei – già salita in Cielo – un rapporto spirituale profondo: «Io pregherò per la tua canonizzazione; tu aiutami con la mia missione». Ecco il “patto segreto” tra Kolbe e S. Teresina!
Anche Madre Maria Elisabetta Patrizi ha collaborato per Santa Teresa di Lisieux, in particolare nella revisione della traduzione dal francese all’italiano delle Opere Complete di santa Teresa di Gesù Bambino e del Santo Volto, pubblicate dalle Edizioni OCD nel 1997.
Tra i tratti caratteristici di santa Teresa di Lisieux che Madre M.E. Patrizi sottolineava di più, a voce e per iscritto, si trovano i seguenti: la sua piccolezza evangelica ed umiltà profonda; la sua fiducia in Dio e amore per Lui, e la sua vocazione di essere «amore nel cuore della Chiesa»; e – frase spesso ripetuta dalla Madre M.E. Patrizi – il fatto di voler comparire, davanti a Dio, alla fine della vita, con «les mains vides» (cf. Pr 6). È proprio questo atteggiamento di spogliamento totale di sé, e di fiducia totale nella bontà e misericordia di Dio, che la Madre M.E. Patrizi evidenziava in santa Teresina. Ed è proprio questo atteggiamento di fiducia e amore che lei stessa, la Madre M.E. Patrizi, ha vissuto e ha incoraggiato gli altri a vivere.
Domanda: Quali sono alcuni aspetti tra i più importanti nella spiritualità di Santa Teresa di Gesù Bambino e del Santo Volto?
Risposta: La sua “piccola via” di abbandono fiducioso in Dio; l’amore “sponsale” per Gesù; il suo desiderio ardente di “amare Gesù e farlo amare”.
Domanda: Chi ha incoraggiato Madre Maria Elisabetta Patrizi a reintegrare nella sua famiglia religiosa la spiritualità del Carmelo?
Risposta: Il Cardinal Vicario di Sua Santità, Card. Ugo Poletti.
Domanda: Quali aspetti della spiritualità di Santa Teresa di Lisieux sottolineava maggiormente, Madre Maria Elisabetta Patrizi?
Risposta: La sua piccolezza evangelica; la sua fiducia in Dio; la sua vocazione di essere “amore nel cuore della Chiesa”; ed il fatto di voler comparire davanti a Dio, alla fine della vita, “con le mani vuote”.
Interrogata un giorno su quale sarebbe stata la sua principale eredità spirituale, Maria Elisabetta rispose: “l’unione sponsale con Dio”, anche detta “matrimonio spirituale”.
Citava di frequente i numeri del Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC 1268 e CCC 2013, fra gli altri) in cui si mostra chiaramente come la pienezza della santità e l’unione con Dio siano la chiamata di ogni battezzato, il “naturale” punto d’arrivo della grazia battesimale. Pur essendo accessibile a tutti, è vero che “molti sono i chiamati, ma pochi eletti” (Mt 22,14), ovvero quelli che realmente scelgono di cercare Dio sopra ogni cosa e amarlo con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta le mente (Cfr. Mt 22,37), fino a lasciarsi condurre all’unione piena con Lui.
Maria Elisabetta invitava tutti e in ogni tempo a chiedere a Dio tale unione sponsale e a indirizzarcisi con decisione, con l’aiuto di Maria Immacolata, la più intimamente e pienamente unita alla Trinità.
È questa unione la vetta del monte Carmelo, cui conduce il “nada, nada, nada” di Giovanni della Croce.
È questa unione la pienezza del “Mio Dio e mio tutto” di Francesco, cui conduce il suo “sine proprio”.
È questa unione il cuore del 4° voto nel carisma di Maria Elisabetta.
È lo stato più alto e sublime in cui l’essere umano si possa trovare e quello di maggior gaudio e beatitudine, dove Dio e l’uomo son fatti, per grazia, una cosa sola. È anche lo stato in cui l’essere umano produce i maggiori frutti spirituali.
Per parlare di questo livello di vita di grazia, il più delle volte Maria Elisabetta usava le parole di san Giovanni della Croce, sentendosi libera qua e là di aggiungere quanto la sua esperienza le mostrava con evidenza.
Ogni suo testo, così come ogni sua parola, mirava a condurre a queste altezze, ma è in particolare in un suo inedito che Maria Elisabetta parla diffusamente e unicamente di questo argomento. Questa piccola opera è stata da lei intitolata Scientia Amoris.
Domanda: L’unione con Dio è una tematica che rientra tra le principali, nella spiritualità di Madre Maria Elisabetta Patrizi?
Risposta: Certamente sì. Anzi, interrogata un giorno su quale sarebbe stata la sua principale eredità spirituale, Maria Elisabetta rispose: “l’unione sponsale con Dio”, anche detta “matrimonio spirituale”.
Domanda: Chi, tra i Santi canonizzati, espone in maniera più chiara e precisa la realtà del matrimonio spirituale?
Risposta: Anche se la risposta può variare in base alle opinioni dei teologi spirituali, si potrebbe affermare che san Giovanni della Croce, alla scuola di santa Teresa di Avila, ha esposto in maniera eccellente l’esperienza e la dottrina del “matrimonio spirituale” con Dio.
Domanda: Maria Immacolata può facilitare questa trasformazione graduale del discepolo di Cristo, anche fino alle vette del “matrimonio spirituale”?
Risposta: Sì, e questo è proprio uno degli aspetti salienti della spiritualità trasmessa da Madre Maria Elisabetta Patrizi.
È nei primissimi anni ’60 che la giovane Maria Elisabetta, studentessa universitaria, scopre la spiritualità di Chiara Lubich. Inizia a frequentarne alcuni incontri e vorrebbe continuare ma Mons. Tiziano Scalzotto, suo direttore spirituale, lo impedisce. Sono, per il Movimento dei Focolari, gli anni della prova, della diffidenza e a volte dell’accusa da parte di molti nella Chiesa.
Il suo legame con l’Opera di Maria continua. L’amicizia spirituale con P. Valentino (Mario) Ferrari, o.p. – religioso dell’Opera e molto vicino a Chiara, in particolare come consulente per l’aspetto canonico – le permette, durante gli anni al Carmelo, di essere tenuta al corrente di quanto si va sviluppando nel Movimento, anche per quanto riguarda quel che al momento è ancora riservato, come i primi incontri di Chiara con Atenagora, per conto di Paolo VI. Maria Elisabetta offre tutto per l’unità ed è felice quando il nuovo Carmelo di Montiglio (Asti) viene intitolato “Mater unitatis”. Uscita dal Carmelo si chiede, e lo scrive a Chiara, se non sia chiamata a dare inizio a una realtà di vita contemplativa all’interno dell’Opera stessa. I disegni di Dio però sono altri.
Insieme alla chiamata fondativa, nel gennaio ‘82, vi è, da parte di Dio e della Chiesa, l’affidamento di Maria Elisabetta e dell’Opera nascente alla cura paterna e spirituale di Padre Elia Bruson, OFM Conv., anche lui membro interno del Movimento dei Focolari. È con “Gesù in mezzo” che accompagnano insieme gli sviluppi del nuovo Istituto. Alla presenza di padre Elia, si affianca poi la lunga e decisiva direzione spirituale di P. Jesus Castellano Cervera, O.C.D., figlio spirituale di Chiara Lubich e da lei amato e stimato, e membro della scuola Abbà.
Maria Elisabetta ha espresso più volte come la spiritualità di Chiara Lubich sia entrata nel d.n.a. stesso del suo carisma. I cosiddetti “punti” della spiritualità dell’Opera di Maria – La scoperta di Dio Amore, il fare la volontà di Dio come universale cammino di santità, il valore della Parola vissuta, il fratello come via a Dio, l’amore reciproco cercato ante omnia (Col 3,14), la centralità di Gesù Eucaristia, l’anelito all’unità, il vivere Cristo nella sua Passione e in particolare nel suo abbandono, l’essere Maria, la dimensione ecclesiale, la docilità allo Spirito Santo e la sua inabitazione, l’esperienza di Gesù in mezzo) sono stati naturalmente vissuti e trasmessi da Maria Elisabetta, pur non utilizzando il linguaggio proprio dell’esperienza focolarina.
Amava in particolare ripetere un motto, sentito da Chiara, in cui si ritrovava a pieno: Sul nulla di me, il tutto di Dio.
Splendida è l’assonanza sul modo di intendere la totale donazione – individuale e comunitaria – a Maria, fino ad esserne presenza, riviverla, fino a che sia Lei stessa a vivere in noi.
Domanda: Anche la spiritualità di Chiara Lubich è confluita in quella di Madre Maria Elisabetta Patrizi?
Risposta: Sì. I contatti personali con Chiara e poi con diversi dei suoi discepoli ha plasmato, in parte, la spiritualità di Maria Elisabetta Patrizi; i principali aspetti della spiritualità di Chiara Lubich confluiranno, poi – seppure in maniera “discreta” – in quella di Maria Elisabetta Patrizi.
Domanda: Quali sono questi aspetti principali dell’Opera di Maria, condivisi poi da Maria Elisabetta Patrizi?
Risposta: La scoperta di Dio Amore; il fare la volontà di Dio come universale cammino di santità; il valore della Parola vissuta; il fratello come via a Dio; l’amore reciproco cercato ante omnia (Col 3,14); la centralità di Gesù Eucaristia; l’anelito all’unità; il vivere Cristo nella sua Passione e in particolare nel suo abbandono; l’essere Maria; la dimensione ecclesiale; la docilità allo Spirito Santo e la sua inabitazione; l’esperienza di Gesù in mezzo.
Domanda: Il fatto che la fondazione di Chiara Lubich si chiami “Opera di Maria” può essere un punto comune tra la spiritualità di Chiara e quella di Maria Elisabetta Patrizi?
Risposta: Sì. L’attenzione spiccata per Maria Santissima è forse il punto comune più forte – tra altri – fra Chiara e Maria Elisabetta.
Il giorno di Pentecoste del 1975, Maria Elisabetta Patrizi scriveva: «Colui che vive di preghiera è crocifisso: inchiodato a Dio e inchiodato agli uomini. Ha l’animo squarciato dalla forza dell’amore di Dio e dalla caparbietà degli uomini; ha sulle spalle il dolore degli innocenti e il dolore dell’Innocente».
Maria Elisabetta è nata a Roma nel 1941, al tempo della Seconda Guerra Mondiale; sua madre Claudia Cavazzi della Somaglia racconta in uno dei suoi libri, Stanotte cambia il vento, la sua fuga da Roma con la neonata “Gondina” (= Maria Elisabetta). Nel dopoguerra, Claudia portò i suoi quattro figli in Inghilterra per ricevere un’educazione scolastica più adeguata. Un’infanzia sofferta e movimentata, dunque, nonostante i privilegi riservati ai ceti nobiliari, quali i Marchesi Patrizi. Eppure, Maria Elisabetta, dalla sua infanzia, scelse istintivamente i poveri; e soffriva a causa della stridente differenza tra ricchi e poveri. Prima del suo ingresso al Carmelo, per cinque anni (1961-1966), si dedicò ai poveri e ai sofferenti nelle periferie di Roma.
Il Signore preparava così l’anima, la mente e il cuore di Gondina per una futura missione di totale dedizione alla Passione di Cristo. Uscita dal Carmelo con regolare indulto, «per essere a disposizione di ciò che il Signore le indicherà», sarà guidata – da Dio – dapprima nella Francia, pellegrina; e poi, per motivi di salute, a Roma. E poi… un provvidenziale incontro. La Madre M.E. Patrizi ne scriveva per una sua conferenza, del 12 gennaio 2017:
Ecco che verso l’estate del 1975, andando a Messa dalle Suore Adoratrici, in Via del Casaletto, a Roma, [Maria Elisabetta] udì una splendida omelia, con molti particolari sulla Passione di Cristo. Subito dopo la Messa, si recò in sacrestia per ringraziare quel sacerdote, il quale le chiese se avesse visitato la mostra sulla Passione di Cristo e la S. Sindone, esposta all’Oratorio del Caravita […]. Il sacerdote non le disse che egli stesso ne era l’ideatore. Maria Elisabetta andò quel pomeriggio stesso “al Caravita” e rimase profondamente toccata dalla Mostra… tanto che non terminò nemmeno di visitarla tutta ma, afferrata dallo Spirito, tornò indietro, per chiedere alla Signorina addetta, all’ingresso della Chiesa: 1) chi ne fosse l’Autore; 2) dove abitava; 3) un suo numero di telefono.
Così Maria Elisabetta poté conoscere l’ideatore della mostra sulla Sindone: era lo stesso predicatore di quella mattina: Mons. Giulio Ricci. Con la benedizione del Card. Vicario Ugo Poletti, la Dr.ssa Maria Elisabetta e Mons. Giulio Ricci (sostenuti dalla sorella, Gabriella Ricci, ed altri collaboratori) fondarono, nel 1976, il «Centro Romano di Sindonologia». «Dal 1975 al 1981 furono sei anni d’intensissima collaborazione con Mons. Ricci ma che volli mantenere sempre umilmente nascosta, in fedeltà al mio motto carmelitano: “abscondita cum Christo in Deo”», scriveva Madre M.E. Patrizi, sempre nella sua conferenza del 12 gennaio 2017. Dall’Europa, all’America, all’Asia, come – ad esempio – un lebbrosario remoto nelle Filippine: nessun angolo della terra era troppo lontano per l’annuncio del kerygma cristiano (Passione, Morte e Risurrezione di Cristo), alla luce della Sindone! Stampe, mostre itineranti e permanenti, pubblicazioni, conferenze, congressi, ricerche, lezioni, dialoghi aperti con gli scienziati e studiosi dell’epoca: l’attività era davvero “intensissima”. Da non dimenticare, poi, come il dono della Sindone alla Santa Sede, da parte del Re Umberto II, sia stato suggerito e facilitato – in un incontro personale a Cascais, Portogallo – proprio dalla Dr.ssa Maria Elisabetta Patrizi. Infatti, sua zia, Guendalina Cavazzi della Somaglia, era stata dama di corte della Regina Maria José, e Maria Elisabetta conosceva bene anche le figlie del Re; mentre, Mons. Giulio Ricci era già in contatto con il Re per gli studi sindonici.
Maria Elisabetta, tuttavia, non ha soltanto studiato la Passione di Cristo, promuovendone la conoscenza approfondita tramite il «Centro Romano di Sindonologia» ed i «Catechisti della Passione» e, più tardi, con il suo volume importante, De Sindone: Nova et vetera[1]. L’ha rivissuta. Come scrisse Tommaso da Celano, il biografo di San Francesco, riferendosi all’incontro di Francesco con il Signore Gesù che gli parlò dal Crocifisso di San Damiano: «Da allora gli fu impresso nel cuore, a tratti profondi, il ricordo della passione del Signore, e […] la sua anima cominciò a struggersi per le parole del Diletto». Così, pure, Maria Elisabetta Patrizi. E tutto ciò, «sino alla fine» (cf. Gv 13,1), anche in mezzo ai dolori atroci della sua malattia e morte. «Come stai?», le chiese un suo figlio spirituale la sera di venerdì 10 luglio 2020, all’ospedale S. Eugenio (Roma). «Molto male», Madre Maria Elisabetta gli rispose, «ma sono contenta di offrire tutto a Gesù». Due giorni dopo, domenica 12 luglio, spirò verso le ore 15:00… e gli infermieri la portarono all’obitorio, avvolta soltanto in un lenzuolo.
[1] De Sindone: Nova et vetera. Compendio sulla storia, la realtà archeologica, il messaggio, la venerazione e le ricerche scientifiche sulla Sindone di Torino, Tau Ed., Todi 2018, pp. 520. «Partendo dalla narrazione evangelica, con una premurosa attenzione per la figura di Maria, il racconto si svolge nel corso dei secoli, ripercorrendone tutte le tappe ipotetiche o certe, da Gerusalemme a Torino. Dalle mani di Giuseppe di Arimatea a quelle del successore di Pietro, passando per i 540 anni a quelle dei Principi di Casa Savoia. L’autrice si sofferma a descrivere il telo, la sua consistenza, l’immagine, le macchie, la conservazione. Affrontando le problematiche legate alla formazione dell’immagine, espone accuratamente le ricerche scientifiche più rilevanti e la storia della fotografia. Infine, quasi volendo ripercorre il cammino svolto con Mons. Giulio Ricci, la Madre Maria Elisabetta conclude il suo lavoro con la contemplazione della Passione di Gesù attraverso la Sindone, strumento privilegiato di pastorale e di catechesi». (Dalla Presentazione del Prof. Antonio Cassanelli).
N.B. Il mondo della Sindone è ora in grande “fermento”. Per saperne di più, veda i seguenti siti:
– https://othonia.org/
– https://www.upra.org/en/corsi/programma/postgraduate-certificate-in-shroud-studies/
– https://www.shroud.com/
Domanda: Maria Elisabetta Patrizi ha conosciuto la sofferenza nella propria vita?
Risposta: Nonostante la sua provenienza nobiliare, Maria Elisabetta ha avuto molti contatti con la sofferenza: la fuga da Roma bombardata, da bambina; una malattia autoimmunitaria molto dolorosa, che andava a corrodere la guaina (“mielina”) dei suoi nervi in tutto il corpo; e, negli ultimi anni di vita, varie sofferenze di diverso genere. È morta praticamente sola e “sconosciuta” in un ospedale a Roma.
Domanda: Tra le varie sofferenze personali, Maria Elisabetta ha avuto modo di approfondire le sofferenze di Cristo nella sua Passione?
Risposta: Sì. Ha fondato il “Centro Romano di Sindonologia”, insieme a Mons. Giulio Ricci e sua sorella Gabriella Ricci, nel 1975. Dal 1976-1981, ha viaggiato in moltissime nazioni del mondo per diffondere la conoscenza della Passione, Morte e Risurrezione di Cristo tramite la Santa Sindone di Torino.
Domanda: Quale è stato il principale contributo di Maria Elisabetta Patrizi al “mondo” della Sindone?
Risposta: Il suo contributo è stato importantissimo, sia per la fondazione del “Centro Romano di Sindonologia” e tutto ciò che ne sarebbe venuto; sia anche per il suo ruolo fondamentale nella donazione della Sindone, da parte della famiglia Savoia, alla Santa Sede.
Una specifica spiritualità, radicata nel mistero del Cuore di Cristo, definito come “Fornax ardens caritatis”, ha cominciato a formarsi assai presto nella vita di Maria Elisabetta Patrizi (Gondina). Quando aveva 3-4 anni (anni 1944-1945) la sua tata Lina le insegnava a congiungere le manine e a recitare la preghiera: «Oh! Gesù d’amore accesso, non ti avessi mai offeso. Oh! Mio caro, buon Gesù, non ti voglio offender più!». Maria Elisabetta scriverà, nel 2019, che questa invocazione accendeva nel suo piccolo cuore una quantità smisurata d’amore che grazie a Gesù, rimarrà ardente per tutta la sua vita – “Fornax ardens”[1]. In continuità con questa esperienza, nel ricordo della sua prima comunione avvenuta a Londra nel 1949, Maria Elisabetta descriverà questo incontro con Gesù come «Fuoco d’Amore, quale pienezza divina e sensibile» che «la invase e durò a lungo»[2].
L’amore di Maria Elisabetta per il Cuore di Gesù, sviluppato anche attraverso l’apostolato della preghiera nella giovinezza, sarà portato ad una più profonda conoscenza e maturazione nel 1979 a Roma, attraverso il suo Direttore Spirituale, il gesuita Padre Jesùs Solano. Sarà lui a farle conoscere gli scritti del Beato Claude de la Colombière e di Santa Margherita Maria Alacoque! Di quest’esperienza Maria Elisabetta scriverà: “Questi [due santi] e Dio stesso con intime e profonde grazie mi hanno introdotta «in Lui! […]. Là vivo: nel Suo Cuore Divino, fornace ardente di carità. Egli è tutto per me ed io sono tutta sua»[3].
Padre Solano confermerà la centralità del Cuore di Cristo nell’esperienza spirituale di Maria Elizabetta Patrizi nel febbraio 1980, quand’egli esprimerà la sua consapevolezza di «una grande e singolare predilezione del Signore» per Maria Elisabetta ed «una vocazione e missione anche particolare nella Chiesa», fondata nella piena fiducia e confidenza nel Cuore di Gesù, e nella sequela di Santa Teresina di Gesù Bambino. Lui infatti definirà la sua spiritualità come «Essere amore nel cuore della Chiesa nei cuori di Gesù e Maria»[4].
Su questo solido fondamento teologico-esperienziale, nel 1979, insieme con Padre Solano, Maria Elisabetta fonderà la Casa Editrice Cuore di Cristo (= “C.d.C”). Per comprendere l’esperienza spirituale e il rapporto di Maria Elisabetta con il Cuore di Gesù, troviamo una profonda sintesi scritta da lei nel 1980.
È necessario – scriveva – «conoscere quel Cuore, senza il quale la Passione non si può capire: l’Amore di Gesù al Padre e a noi e il Suo desiderio ardente di patire e il valore riparatore del Suo (e del nostro patire unito al Suo)… Conoscere quel Cuore perché l’Amore è la ragione della Passione» […]. Oh! Gesù la teologia del tuo Cuore… tutta la teologia finalizzata al Cuore tuo da cui è scaturita: poiché è lì il Centro e la Perfezione dell’umanità che Dio – ab aeterno – ha pensato, e ha voluto, perché ricongiungesse a Lui, in Lui, tutta la creazione, tutto ciò che ad extra avrebbe creato riconciliando così, pur rimanendo Sé Stesso e Trino e Purissimo Spirito Semplicissimo, il molteplice e il creato in lode di unione strettissima»[5].
Nel 1982 Maria Elisabetta incontrerà la spiritualità di San Massimiliano M. Kolbe e riceverà la chiamata a seguirlo. Questo ulteriore sviluppo della sua vocazione permetterà un’integrazione fra la sua profonda spiritualità cristocentrica con quella mariana, che lei esprimerà con queste brevi parole: «Il Cuore di Gesù, quel cuore umano e divino, è il “luogo” per eccellenza della consolazione, del riparo, della rinascita alla nostra dignità di “figli nel Figlio”. Maria conduce a Cristo. In Lui, La Vergine ci è consolatrice, con l’abbraccio sanante dello Spirito. Ella desidera ardentemente l’attuazione del piano di Dio… la nostra beatitudine eterna con la Trinità»[6].
Questa conoscenza del mistero di comunione fra il Cuore di Maria e il Cuore di Cristo sarà rinsaldata e confermata, nella spiritualità di Maria Elisabetta Patrizi, attraverso la solenne consacrazione alla Vergine Immacolata, scritta da Kolbe, che diventerà il fondamento del quarto voto, professato dai figli e dalle figlie spirituali della Madre Patrizi, e centrale nella trasmissione del carisma cristocentrico e mariano per i laici. In questa preghiera di solenne consacrazione, si legge in modo specifico riguardo all’Immacolata: «Dove Tu entri, infatti, ottieni la grazia della conversione e santificazione, poiché ogni grazia scorre, attraverso le Tue mani, dal Cuore dolcissimo di Gesù fino a noi».
[1] M.E. Patrizi, Nihil: un’antologia, p. 15.
[2] M.E. Patrizi, Nihil: un’antologia, p.28.
[3] M.E. Patrizi, Nihil: un’antologia, p. 86.
[4] M.E. Patrizi, Oblatio Vitae (Biglietto autografico di P. Jesus Solano, 29 febbraio 1980), p. 28.
[5] M.E. Patrizi, Oblatio vitae, pp. 37-38.
[6] M.E. Patrizi, “Sinfonia Mariana”. Armonie divine nel cuore di Roma, LEV Ed., Città del Vaticano 2009, p. 349.
Domanda: La spiritualità del Cuore di Cristo è importante nell’esperienza di Madre Maria Elisabetta Patrizi?
Risposta: Certamente sì. Maria Elisabetta ha fondato il “Centro Cuore di Cristo” con apposita casa editrice (Cuore di Cristo [C.d.C.] Editore) nel 1979, a Roma, insieme al noto gesuita P. Jesùs Solano, SJ. Lo scopo del Centro e della casa editrice era di approfondire le radici bibliche e patristiche della devozione al Cuore di Cristo, e diffonderne la conoscenza nel mondo intero, con moltissimi libri tradotti in varie lingue.
Domanda: Il Cuore di Cristo è confluito, quindi, anche nella spiritualità specifica di Maria Elisabetta Patrizi?
Risposta: Sì, e lo si vede in diversi dei suoi scritti. Ad esempio, scriveva: “Conoscere quel Cuore perché l’Amore è la ragione della Passione”. Come anche: “Il Cuore di Gesù, quel cuore umano e divino, è il ‘luogo’ per eccellenza della consolazione, del riparo, della rinascita alla nostra dignità di ‘figli nel Figlio’”.
Domanda: Maria Elisabetta Patrizi ha ritrovato questa spiritualità legata al Sacro Cuore di Gesù in quella di san Massimiliano M. Kolbe?
Risposta: Assolutamente sì. Fu proprio P. Jesùs Solano, SJ, a chiederle di fare una ricerca sugli scritti di san Massimiliano M. Kolbe, in particolare riguardo al Sacro Cuore nei suoi scritti, e di farne delle schede per una conferenza che egli doveva tenere, appunto, sul Sacro Cuore in San Massimiliano M. Kolbe.
«Spogli di tutto, cioè, “sine proprio” e non dicendo “di avere qualcosa di proprio…”, si vuole collaborare il più possibile con la grazia divina, nella “sequela Christi”, ponendosi come “strumenti” nelle mani della Vergine Immacolata, nelle mani della Madre di Dio, così come il suo Gesù ora fa “nelle mani della Chiesa”, come “subditus”, come servo, come pane… di Vita, affinché noi si desideri ardentemente di unire ogni persona a Dio nel modo più pieno e totale»[1].
Dio è. E lo “stare” o “rimanere” con Lui è proprio il senso anche del “sine proprio” e del “mio Dio e mio tutto” di Francesco di Assisi[2].
«Per il vero francescano, non c’è altro appoggio, altra certezza, altro valore, altra speranza: Dio solo. Dio è tutto e gli basta. Vivere per Dio solo, appoggiato a Dio solo, diventa lode, esaltazione autentica dell’«Io sono», del valore e primato assoluto di Dio. Questo è il senso anche dell’autentica “povertà francescana”. Dio è il Bene, tutto il Bene, ogni Bene! Ma per comprenderlo bisogna sceglierlo e viverlo»[3], «lasciandosi possedere interamente da Lui, in un crescendo di spogliazione e di trasfigurazione, fino all’unione mistica»[4].
«L’accento non è posto tanto su Cristo come “via” o tramite»[5] e «nemmeno Maria è vista come una mediazione “spaziale”, quasi “collo” rispetto al Capo, che è Cristo. L’accento, invece, è posto sull’azione dello Spirito che ci congiunge a Cristo, ci fa aderire a Lui nel raggiungere il Padre: “affinché interiormente purificati, interiormente illuminati e accesi dal fuoco dello Spirito Santo, possiamo seguire le orme del diletto Figlio tuo…»[6].
«Il “letteralismo evangelico” di Francesco non è fedeltà ad usanze ma fedeltà allo Spirito di Cristo che parla nel Vangelo e continua a guidarci non a “realizzare un’opera umana”, per quanto grandiosa, ma “la famiglia dei figli di Dio”, aperta a tutta l’umanità»[7].
[1] M.E. Patrizi, L’eredità spirituale del Monte Carmelo, Tau Ed., Todi, 2020, p. 10.
[2] Cf. M.E. Patrizi, L’eredità spirituale del Monte Carmelo, p. 110.
[3] M.E. Patrizi, L’eredità spirituale del Monte Carmelo, p. 99
[4] M.E. Patrizi, L’eredità spirituale del Monte Carmelo, p. 108.
[5] M.E. Patrizi, RVS 2005 in: Miscellanea, L’Immacolata nella vita della Chiesa e di ogni cristiano, p. 93.
[6] Idem.
[7] Idem, p. 107.
Domanda: La spiritualità di Madre Maria Elisabetta Patrizi era francescana?
Risposta: Era spiccatamente francescana, la sua spiritualità. Sebbene Maria Elisabetta abbia ricevuto la chiamata, da Dio, a seguire san Massimiliano M. Kolbe, OFM Conv. (definito da alcuni il “San Francesco redivivo”) soltanto nel 1982 (a 41 anni di età), si potrebbe affermare che la spiritualità francescana affonda le sue radici in lei sin dall’infanzia. Basti pensare al rapporto di figliolanza spirituale e frequentazione assidua del suo babbo, il Marchese Bernardo Patrizi, con Padre Pio da Pietrelcina, che Maria Elisabetta pure ha conosciuto in varie occasioni. Oppure il suo amore per la natura, nutrito in particolare nella bellissima Villa Gernetto con il parco naturale tutto intorno.
Domanda: Come ha espresso, Maria Elisabetta Patrizi, questa spiritualità francescana?
Risposta: In modo particolare, nella sequela fedele di san Massimiliano M. Kolbe, OFM Conv. Il Frate Felicissimus, novizio di Kolbe, e membro della comunità di Niepokalanów, diede il suo quadro di Kolbe – era artista, infatti – a Madre Maria Elisabetta Patrizi, dicendole: “Questo quadro non l’ho mai dato a nessuno. Ho catturato, con questo dipinto, gli occhi di Kolbe. Sono proprio i suoi occhi. Lo do a te, questo quadro, perché tu sei una vera figlia spirituale di Kolbe”.
Domanda: Quale l’interpretazione del francescanesimo, espressa da Madre Maria Elisabetta Patrizi?
Risposta: L’interpretazione era sia “letterale” che spirituale. Come quella di Kolbe, peraltro. Viveva ed insegnava in maniera molto “pratica” la povertà materiale: come, ad esempio, nel viaggiare con una sola borsetta; oppure, nel riciclare la carta, usando il verso di un foglio per scrivere altri biglietti ad uso interno, ecc. La sua interpretazione, tuttavia, era anche spirituale, come emerge – per fare solo un esempio – da questo suo scritto: “Dio è. E lo ‘stare’ o ‘rimanere’ con Lui è proprio il senso anche del ‘sine proprio’ e del ‘mio Dio e mio tutto’ di Francesco di Assisi”.
Il 2 o 3 gennaio 1982, a Roma, Maria Elisabetta si recò, accompagnata da P. Elia M. Bruson, OFM Conv., a “Casa Kolbe”, già Collegio Serafico, dove, come scrisse l’allora Card. Karol Wotyla: «Il beato Massimiliano Kolbe sperimentò l’Immacolata non solo come il capolavoro più grande della creazione ma anche come un’energia, una forza che volle comunicare agli altri». In questo luogo Maria Elisabetta percepì la chiamata alla sequela del Martire di Auschwitz nell’avvalersi pienamente della presenza di Maria nel piano della Redenzione. In Padre Kolbe, Maria Elisabetta trovò un vero difensore dell’uomo, non solo perché sacrificò la sua vita per salvare un uomo, ma perché nella vita di intenso apostolato sacerdotale, si prodigò perché quante più persone possibili potessero giungere «alla misura della statura della pienezza di Cristo» (Ef 4,13).
San Massimiliano fu per lei stella luminosa della sua vita tutta donata a Dio nella concretezza del quotidiano, e al contempo tutta aperta al vento dello Spirito. Già da giovane P. Kolbe aveva lasciato forgiare la propria umanità con l’impegno ascetico e spirituale nell’attuazione di quelle massime che riporta nel suo “Regolamento di vita” scritto durante gli Esercizi Spirituali del 1920, e che culminano nella consegna di sé a Maria: «Ricòrdati sempre che sei cosa e proprietà assoluta, incondizionata, illimitata, irrevocabile dell’Immacolata […]. Tu sei uno strumento nella Sua mano, perciò fa’ solamente ciò che Ella vuole». Sarà proprio questo dono del cuore indiviso a Gesù per le mani di Maria a rendere San Massimiliano aperto alle autentiche ispirazioni divine: quella di fondare la Milizia dell’Immacolata come movimento atto a rendere le persone partecipi della missione materna di Maria Immacolata nel mondo attuale, l’ispirazione di fondare un giornale a questo scopo e una Città-Convento (Niepokalanów) che raggiungerà una presenza di oltre 700 frati e che diffonderà il buon profumo del Vangelo in tutta la Polonia. Lo stesso dicasi per l’ispirazione di fondare in Giappone una missione dove, dopo un solo mese, pubblicherà in lingua giapponese il suo giornale, e di seguito fonderà un seminario per le vocazioni locali sorte sulla scia del suo ideale: L’Immacolata. Tutto questo animato dalla fiducia ricapitolata nella frase paolina che da giovane volle fare sua: «Tutto posso in Colui che mi dà forza» (Fil 4,13) – e aggiungerà – «attraverso l’Immacolata».
Domanda: Qual era l’ideale di san Massimiliano M. Kolbe, OFM Conv.?
Risposta: Maria Immacolata, come la creatura più docile che Dio aveva predisposto, affinché – unita allo Spirito Santo all’opera in lei e attraverso di lei – potesse condurre al Figlio, Gesù Cristo, una moltitudine di fratelli.
Domanda: Come è morto san Massimiliano M. Kolbe?
Risposta: Madre Maria Elisabetta Patrizi ha conosciuto l’uomo salvato da Kolbe, ad Auschwitz: Francesco Gajowniczek. Dopo la canonizzazione di P. Kolbe (10 ottobre 1982), Francesco fu invitato a pranzo dai Frati Minori Conventuali, i confratelli di P. Kolbe. Madre Maria Elisabetta, presente al pranzo, essendo l’unica che parlava bene l’inglese, fu chiesta di sedersi accanto a Francesco Gajowniczek per fare da interprete. Così poté sentire (e tradurre) in prima persona il racconto: dopo la fuga di un prigioniero dal Blocco 14 di Auschwitz, radunarono tutti i prigionieri del blocco. Li fecero stare in piedi per una giornata intera, e così la mattina seguente. Finalmente, il Lagerführer Fritzsch cominciò a chiamare a caso 10 prigionieri: “Tu!”… “Tu!”… “Tu!”… Quando la sorte cadde su Francesco, egli cominciò a gridare: “Non posso! Ho moglie, ho figli!… Non posso!”. Allora P. Kolbe ruppe la fila e andò incontro al comandante Fritzsch, togliendo il suo berretto come segno di rispetto. “Cosa vuoi, prete?!”, gli chiese, vedendo il triangolo rosso sulla tuta, segno del sacerdozio cattolico. “Vorrei prendere il posto di quell’uomo nel bunker della fame”, rispose Kolbe. “Ormai sono vecchio e non sono più buono a niente. Invece lui ha famiglia, e hanno bisogno di lui”. Il comandante esitò un momento… poi, contento di far fuori un prete, gli disse di sì.
Domanda: P. Kolbe si era preparato per questo momento di martirio? Il vissuto del suo ideale, Maria Immacolata, lo aveva aiutato in questi momenti di sofferenza e donazione suprema?
Risposta: Certamente. Al Convento S. Lorenzo (Piglio), Kolbe stava passeggiando con alcuni frati, novizi, seguiti dal confratello e co-fondatore della “Milizia di Maria Immacolata”, il Venerabile P. Quirico Pignalberi, OFM Conv. Videro un cane, e i novizi ebbero paura. P. Kolbe disse loro: “Avete paura di un cane? E se Dio vi chiedesse il martirio? Dobbiamo essere sempre pronti”. Altrettanto, fu proprio Maria ad apparirgli nella sua infanzia – tra la Prima Comunione e la Cresima – e offrirgli due corone: una rossa per il martirio e una bianca per la perseveranza nella verginità. Egli scelse entrambe. E così fu.
«Maria Immacolata è il più bel frutto della libera e piena iniziativa della carità di Dio!»[1]. «È perfettissimo prototipo della creatura che accoglie nella fede il dono divino… È Lei il capolavoro mediante il quale Dio-Amore sceglie di congiungerci, “in Spiritu Sancto”, al Figlio e per mezzo di Lui, al Padre»[2].
Maria è la “piena di grazia”, “la ancella del Signore”, colei che tutte le generazioni chiameranno “beata” perché ha creduto nell’adempimento della parola del Signore. È modello di un’umanità “santa ed immacolata nell’amore”.
«San Massimiliano Kolbe vuole condurci… ad una vita…completamente impostata e rinnovata sull’esempio e la realtà dell’Immacolata, che è pienezza di grazia con rapporti strettissimi con la Ss. Trinità»[3].
Infatti, a questo riguardo lui dice: «L’Immacolata: ecco il nostro ideale. Avvicinarci a Lei, renderci simili a Lei, permettere che Ella prenda possesso del nostro cuore e di tutto il nostro essere, che Ella viva ed operi in noi e per mezzo nostro, che Ella stessa ami Dio con il nostro cuore, che noi apparteniamo a Lei senza alcuna restrizione: ecco il nostro ideale»[4].
«La persona di Maria è stata “sublimiori modo redempta” – come indicato nella Bolla dogmatica di Pio IX –, perché non fu “rialzata” o “risollevata” dalla caduta, bensì preservata dal cadere e tutto ciò in previsione, o in considerazione, dei meriti di Cristo Redentore dell’umanità, come dono ed opera, o capolavoro, anche del Padre e dello Spirito Santo»[5].
«Il nostro carisma è Maria rivissuta, anzi prolungata nel tempo e nello spazio, nella sua realtà di Immacolata (cioè “piena di grazia”), nei suoi rapporti con la Ss.ma Trinità e con noi (suoi figli nel Figlio), e con tutta l’umanità»[6]. In questo modo «si prolunga la “mediazione materna” di Maria nell’oggi della Chiesa e del mondo»[7].
«Maria è l’inizio della “nuova umanità” e quindi di una “nuova società”. Ella è già “cieli nuovi e terra nuova” (Ap 21,1), un nuovo modo di essere e di comunicare: oblazione pura, maternamente gratuita, costantemente fedele»[8].
Perciò, ognuno è chiamato a collocarsi umilmente all’interno della funzione materna di Maria verso gli uomini e le donne; funzione che in nessun modo oscura, o diminuisce, l’unica mediazione di Cristo[9] e, anzi, ne mostra l’efficacia, vivendo il totale dono di sé a Dio, con e “come” l’Immacolata, la cui volontà è unita, sempre e soltanto, a quella di Dio.
[1] M.E. Patrizi, Sinfonia Mariana, LEV 2009, p. 69.
[2] Idem, p. 70.
[3] Cf. A. Di Monda, L’Immacolata: da verità di fede a verità di vita. Il pensiero di S. Massimiliano Kolbe, in: Miles Immaculatae, Anno XI, n.1 (2004), p. 223, in: M.E. Patrizi, Sinfonia Mariana, LEV 2009, p. 210.
[4] SK 1210.
[5] M.E. Patrizi, Sinfonia Mariana, LEV 2009, p. 69.
[6] M.E. Patrizi, Sinfonia Mariana, LEV 2009, p. 377.
[7] M.E. Patrizi, Sinfonia Mariana, LEV 2009, p. 379.
[8] M.E. Patrizi, Sinfonia Mariana, LEV 2009, p. 406.
[9] Cf. Lumen Gentium, 62.
Domanda: Quale posto aveva Maria Immacolata nella spiritualità di Madre Maria Elisabetta Patrizi?
Risposta: Come Maria Elisabetta stessa ha scritto: “Il nostro carisma è Maria rivissuta, anzi prolungata nel tempo e nello spazio, nella sua realtà di Immacolata (cioè ‘piena di grazia’), nei suoi rapporti con la Ss.ma Trinità e con noi (suoi figli nel Figlio), e con tutta l’umanità”.
Domanda: Maria Elisabetta ha vissuto, interpretato ed espresso il mistero di Maria Immacolata con qualche “filtro” o “lente” particolare?
Risposta: Certamente. Come ebbe a dire San Gregorio Magno: Scriptura cum legentibus crescit. (La Scrittura cresce con il lettore). In modo analogo, anche il mistero di Maria Immacolata lascia moltissimo spazio di comprensione, sempre più profonda, da parte dei fedeli. Maria Elisabetta ha attinto in modo particolare da San Massimiliano M. Kolbe. Ma anche dalla propria esperienza personale. Questo emerge, ad esempio, nel suo libro Maria… Riflessioni oranti sul Mistero della Vergine Madre e il suo rapporto con Dio Padre e con il Figlio.
Domanda: C’è qualche aspetto particolarmente significativo della “mariologia” di Madre Maria Elisabetta Patrizi?
Risposta: Ce ne sono molti. I suoi libri su Maria Ss.ma, descritta in termini teologici e da diversi punti di vista, lo testimoniano. In particolare, Maria Elisabetta contempla Maria come una presenza dinamica, viva, nella vita del fedele cristiano. Non solo: è proprio Lei, Maria Immacolata – o meglio, lo Spirito Santo attraverso di Lei – a condurre il cristiano fino alle vette della santità e anche della mistica “battesimale”.
Nella sua formula di consacrazione solenne all’Immacolata, San Massimiliano la supplica «di volermi accettare tutto e completamente come cosa e proprietà Tua, e di fare ciò che Ti piace di me e di tutte le facoltà della mia anima e del mio corpo, di tutta la mia vita, morte ed eternità».
L’espressione “cosa e proprietà” esprime dunque il desiderio di P. Kolbe di collaborare nella maniera più stretta e più docile con l’Immacolata, la cui presenza nella Chiesa è dinamica e oltremodo benefica. Come ricorda la Lumen Gentium, Maria «è diventata per noi madre nell’ordine della grazia. E questa maternità di Maria nell’economia della grazia perdura senza soste dal momento del consenso fedelmente prestato nell’Annunciazione e mantenuto senza esitazioni sotto la croce, fino al perpetuo coronamento di tutti gli eletti» (LG 61-62). L’essere piccolo come uno strumento che Maria possa prendere in mano e usare a proprio piacimento comporta il concorrere di tutte le virtù, inclusa la fiducia senza limiti nella bontà di Dio che si manifesta in Maria. In vista di questa docilità estrema, Maria Elisabetta Patrizi farà dell’espressione kolbiana «sicut res et proprietas» («come cosa e proprietà») un ideale di vita che vuole lasciare a Dio mano libera nell’esprimersi, così “come” poté fare nella vita di Maria, piena di sorprese, sempre accolte con fiducia e con l’adesione piena di tutta la sua persona.
È un’espressione profondamente biblica, in quanto il Signore Dio nell’Antico Testamento più volte si rivolge ad Israele come sua proprietà. In questo non vi è nulla di umiliante, in quanto esprime l’estremità dell’amore geloso di Dio per il suo popolo chiamato alla reciprocità con Lui. Questo disegno di Dio trova culmine in Maria di Nazaret. Non a caso, nella lettura breve delle Lodi nella Solennità dell’Immacolata Concezione troviamo le parole di compiacenza di Dio che la Chiesa interpreta come rivolte in sommo grado proprio a Maria: «Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni» (Is 43,1).
Domanda: Cosa significa l’espressione “Sicut res et proprietas”?
Risposta: L’espressione fu coniata da San Massimiliano M. Kolbe. Significa, dal latino: “Come cosa e proprietà”. Usava questa immagine per descrivere la docilità assoluta, libera ed amorevole di coloro che si consacrano, che si donano a Dio attraverso Maria Immacolata. Devono essere degli strumenti docili nelle mani di Dio, nelle mani di Maria, come sua “cosa e proprietà”.
Domanda: Si potrebbe paragonare questa espressione, e il suo significato, con l’espressione di san Luigi M. Grignion de Montfort? Egli parlava della “schiavitù a Maria”.
Risposta: Certamente le espressioni sono simili e, in fondo, vogliono esprimere la stessa realtà. P. Kolbe, in realtà, fondò la “Milizia di Maria Immacolata” (16 ottobre 1917) diversi anni prima di scoprire gli scritti di Montfort. Quando li lesse, disse ai suoi confratelli: “Montfort è uno dei nostri”. Sono giunti dunque, alle stesse conclusioni, ma in maniera indipendente. P. Kolbe però citava quest’espressione di Montfort, dicendo ai suoi ascoltatori che la consacrazione all’Immacolata che egli stesso proponeva voleva essere ancora più “forte” rispetto a quella di Montfort. “Uno schiavo può anche borbottare contro il suo padrone”, ragionava giustamente P. Kolbe. “Invece, un oggetto non può. Ecco, noi siamo chiamati ad essere come una ‘cosa e proprietà’ di Dio, attraverso l’Immacolata”.
Domanda: Quest’espressione, cioè essere “sicut res et proprietas” di Dio, attraverso Maria, ha delle radici bibliche?
Risposta: Certamente. Le Sacre Scritture sono piene di questo concetto: ovvero, che Israele è un popolo che appartiene a Dio, che è eletto da Dio e oggetto della sua “gelosia” d’amore. Si pensi all’immagine del profeta Isaia in cui il popolo d’Israele è descritto come un vaso di argilla nelle mani del suo vasaio, Dio (cf. Is 45, 9-11). Oppure, al Salmo 123, che dice: “Ecco, come gli occhi dei servi alla mano dei loro padroni… così i nostri occhi sono rivolti al Signore”. Oppure, ancora, al passo di Esodo 19,5: “Ora, se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me la proprietà particolare tra tutti i popoli; mia infatti è tutta la terra!”. Anche altri passaggi dell’Antico Testamento risuonano in maniera simile, come Deuteronomio 7,6 e Malachia 3,17.
Per quanto riguarda l’appartenenza reciproca tra il fedele e Maria Ss.ma, invece, basterebbe citare Giovanni 19,26-27: “Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: ‘Donna, ecco il tuo figlio!’. Poi disse al discepolo: ‘Ecco la tua madre!’. E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa”. Nel Vangelo di Giovanni, il discepolo amato (Giovanni stesso) rappresenta ogni discepolo. Gesù ha fatto, dunque, in quel gesto, un dono testamentario d’amore, a tutti: Maria è Madre di Giovanni, ma anche Madre di ciascuno di noi. La consacrazione – o “dono di sé” – a Dio, attraverso l’Immacolata, proposta da San Massimiliano M. Kolbe, vuole valorizzare questo dono, quasi come uno “scartare un regalo”.
La consacrazione a Dio attraverso l’Immacolata

