Era bellissima. Basta vedere una foto. Non le mancava nulla: un fidanzato Principe; una villa enorme e lussuosa: Villa Gernetto; un’intelligenza vivace e il fascino di una ragazza bella e simpatica. Era il centro di attenzione alle feste e ai balli della nobiltà europea.
Scesa in Sicilia con suo padre e i suoi zii, Gondina entra in una chiesa: quella dei Carmelitani, a Trapani. Inginocchiatasi di fronte ad una statua marmorea di Maria Ss.ma, chiude gli occhi per pregare. All’improvviso, Gondina ha un’esperienza di Dio che trasformerà la sua vita e la segnerà per sempre nel più intimo dell’anima: comprende che tutto quello che amava: il fidanzato, la cultura, lo sport, le amicizie… erano come un fiammifero di fronte al sole dell’amore di Dio per lei. Tornata a Roma, sul “Grande Raccordo Anulare”, ridona l’anello di fidanzamento al Principe. «In Sicilia hai trovato un altro?!», le chiede. «Sì», risponde Gondina. «E chi è?!». «Gesù», risponde lei. «Ah, allora… possiamo sposarci!». «No», risponde Gondina, in modo secco. «Sarebbe una prostituzione. Avresti il mio corpo, ma la mia anima è presa… Prendiamoci sei mesi di distacco. Se permango in questi sentimenti, ci lasciamo». E così fu.

Dio la voleva tutta per Sé. Ma… dove? Come? Gondina si mette alla ricerca. S’immerge nei Dizionari a Villa Gernetto. La spiritualità carmelitana la affascina. «Se facessi del bene nel mondo, qualcuno mi ringrazierebbe», pensa Gondina. «Invece, facendomi carmelitana, potrò fare del bene di nascosto. E così avrò la ricompensa da Dio solo». Una sua parente le chiede: «Ti vuoi fare suora… Va bene… Ma, potresti farti suora di vita attiva: così potresti aiutare tante persone. Magari, come missionaria, o prendendoti cura dei malati e dei poveri». «Questo lo dici perché non conosci né cos’è la preghiera, né che cosa può fare», risponde Gondina.

A 25 anni, Gondina entra nel Carmelo, a Firenze. Il monastero è intitolato a S. Maria Maddalena de’ Pazzi, grandissima mistica fiorentina. Lì Suor Teresina dello Spirito Santo (= Gondina) si abbevera alle fonti della spiritualità: la Parola di Dio, la Liturgia (cantata), e gli scritti dei santi carmelitani: Santa Maria Maddalena de’ Pazzi, S. Teresa di Gesù Bambino e Sant’Elisabetta della Trinità. Infatti, Suor Gesualda, una monaca di grande cultura dello stesso monastero, agli inizi del ‘900, tradusse le opere di Santa Teresa di Lisieux e Sant’Elisabetta di Dijon – per la prima volta – dal francese all’italiano.

Bisognava, però, fondare un monastero gemello, a Montiglio (Asti). Sua madre, Claudia Cavazzi della Somaglia, affronta tutte le spese per costruire la chiesa al nuovo monastero. E Suor Teresina dello Spirito Santo – con spirito di sacrificio – offre sé stessa come volontaria per la nuova fondazione. Dopo tre anni al Carmelo «Mater Unitatis» di Asti, il suo confessore le dice, spontaneamente, che è giunta ad una fase matura della sua vita spirituale. Le nasce in cuore, contemporaneamente, una nuova chiamata di Dio. Anzi, un comando. «Voglio che tu vada ad evangelizzare in un modo nuovo».

A Roma, il Cardinale Mario Nasalli Rocca la prende sotto la sua custodia; dopo una serie di indagini di tipo psicologico e spirituale, il Cardinale le ordina: «Si inginocchi! Per obbedienza a Santa Romana Chiesa, Lei deve uscire dal Carmelo per essere a disposizione di ciò che il Signore vorrà da Lei». La Congregazione dei Religiosi approva la decisione, dandole regolare indulto, firmato da P. Basilio Heiser, OFMConv., Sottosegretario del Dicastero. Sull’indulto, una frase rara e preziosa: «Uscita dal monastero del Carmelo di Asti per essere a disposizione di ciò che il Signore vorrà da Lei». Era il 1974. Maria Elisabetta aveva 33 anni.

Pellegrina per la Francia, vestita in borghese, la gente la fermava, commossa: «Ci parli di Dio». Tornata a Roma per motivi di salute – aveva, infatti, la sclerosi multipla con «demielinizzazione» o consumazione della ricopertura dei nervi –, Maria Elisabetta frequenta ivi le liturgie. Incontra, così, Mons. Giulio Ricci. Sarà lei a suggerire a lui di portare questi suoi studi e scoperte, sulla Sindone di Torino, a tutto il mondo. Sottomessa la proposta al Cardinal Vicario, Ugo Poletti – che la incoraggia e la benedice – fondano insieme il «Centro Romano di Sindonologia». Dopo pochi anni, la loro fama diventa di scala mondiale. Maria Elisabetta si sente troppo sotto i “riflettori”. Non era più “nascosta”, come invece ardentemente desiderava. «Abscondita cum Christo in Deo», aveva preso come motto al Carmelo. Il Centro andava avanti bene da sé. Bisognava cercare Dio nella preghiera. Col permesso del Cardinal Vicario, Ugo Poletti, Maria Elisabetta si dedica ad una vita eremitica di preghiera e sacrifici, nel cuore di Roma.

Nel frattempo, incontra P. Jesùs Solano, SJ, noto esperto dei Padri della Chiesa. Fondano insieme il «Centro Cuore di Cristo», con apposita Casa Editrice. Numerosi i titoli pubblicati, in tutte le lingue: italiano, inglese, francese, spagnolo, portoghese. Una morte improvvisa coglie P. Jesùs.
Già prima, mentre P. Jesùs era in viaggio nell’America Latina, Maria Elisabetta Patrizi si era recata (il 2 o 3 gennaio 1982) – spinta interiormente dallo Spirito Santo – a «Casa Kolbe», a Roma, dove san Massimiliano M. Kolbe aveva vissuto e pregato, da seminarista, dal 1912-1919. P. Elia M. Bruson, Direttore Nazionale della «Milizia di Maria Immacolata» di P. Kolbe, l’aveva accompagnata in macchina. «Resta qui una mezz’oretta, qui in cappella… Devo sbrigare alcune faccende qui in casa. Poi ti farò vedere i luoghi di P. Kolbe». P. Elia, infatti, viveva e lavorava a Casa Kolbe. In quella mezz’ora, inginocchiata al secondo banco, a sinistra, Maria Elisabetta riceve una nuova “chiamata”, la più importante della sua vita: diventare “discepola” di Kolbe. Comprenderà, da lì a poco, che non solo lei era chiamata a rivivere il suo ideale, ma che anche altri l’avrebbero seguita in questa nuova “avventura divina”. Maria Elisabetta pregava, dunque, gli occhi fissi sul tabernacolo e Gesù ivi presente. Egli la invita ad alzare lo sguardo: vede il quadro dipinto per la Beatificazione di P. Kolbe: un San Francesco redivivo, con piedi nudi e mani aperte; il papà di famiglia che aveva salvato; lo Sputnik, prima astronave spaziale – Kolbe aveva, infatti, disegnato una astronave spaziale; il Rycerz Niepokolanej, sua rivista divulgativa sull’Immacolata, aperta ai suoi piedi. Ma soprattutto: l’Immacolata, dietro di Kolbe. San Massimiliano era così vuoto di sé, così “leggero”, da poter essere sospinto dallo Spirito Santo, attraverso l’Immacolata, ovunque Ella desiderasse. «Perché l’Immacolata ci conduca tutti al Cuore di Cristo e ci trasformi in creature di perfetta conformità al Signore. “Ecco l’ancella del Signore” possa essere detto di tutti noi, così come fu di tutta la vita del Beato Massimiliano… “usque in finem”. M.E.P.». Così firma sul registro degli ospiti in fondo alla cappella.

Recatasi a fare visita alla salma di P. Jesùs Solano, SJ, Maria Elisabetta incontra Mons. Francesco Tortora, Frate dell’Ordine dei Minimi e vescovo. Le confida la nuova vocazione a seguire P. Kolbe. «Ma, chi mi può aiutare, sostenere, guidare in tutto questo?». Mons. Tortora riflette e prega per un attimo. «Si affidi a P. Elia M. Bruson. È un santo frate». Collaborando per la causa di canonizzazione, Maria Elisabetta incontra alcune ragazze francesi. Saranno le prime postulanti, un anno dopo, che si raduneranno in comunità con Maria Elisabetta Patrizi in Via dei Fienili, accanto a Casa Kolbe, a Roma. Era il 14 agosto 1983, festa di San Massimiliano Kolbe.

Nel 1995 nasce il ramo delle Famiglie;
nel 1996, il ramo dei Frati e Sacerdoti.
Un’ultima chiamata, di Dio, rimaneva per Maria Elisabetta Patrizi: la chiamata alla vita eterna.
Maria Elisabetta risponde con il dono della sua vita totalmente offerta a Dio, in mezzo ad una malattia dolorosissima – ma sopportata ed offerta con grazia e amore – il giorno 12 luglio 2020. Spira, dunque, santamente, nell’Ospedale S. Eugenio (Roma). Erano circa le 3 del pomeriggio.